Trump: “Mi piacerebbe vedere l’Irlanda unita”. Reazione degli unionisti

C’è un tema, in Irlanda del Nord, che nessun politico straniero affronta volentieri: la riunificazione dell’isola. Donald Trump, durante la sua tappa a Dublino, ha deciso di affrontarlo lo stesso. Al termine dell’incontro con il taoiseach Micheál Martin, rispondendo a una domanda dei giornalisti, il presidente americano ha detto che gli piacerebbe vedere un’Irlanda unita e che, a suo parere, prima o poi accadrà. Poche frasi, pronunciate con la leggerezza di chi parla d’altro, che hanno però riacceso in poche ore un dibattito mai chiuso.

Perché quelle parole pesano

La questione non è marginale. L’Accordo di Belfast del 1998, meglio conosciuto come Accordo del Venerdì Santo, stabilisce che la scelta di lasciare il Regno Unito per unirsi alla Repubblica d’Irlanda spetta esclusivamente a un referendum, che il governo britannico può indire solo se appare probabile una maggioranza favorevole. È un meccanismo costruito con pazienza, dopo trent’anni di conflitto e oltre tremila vittime, e proprio per questo i presidenti americani – che pure ebbero un ruolo decisivo nei negoziati – hanno sempre evitato di pronunciarsi sulla questione costituzionale. Le parole di Trump rompono questa tradizione.

La reazione unionista

La risposta dal fronte unionista non si è fatta attendere. Il leader del Democratic Unionist Party, Gavin Robinson, ha replicato sui social ricordando che il futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord sarà deciso dal popolo nordirlandese, e non da commenti che arrivano da Londra, Dublino o Washington. Più duro il leader del Traditional Unionist Voice, Jim Allister, secondo cui l’Irlanda del Nord non è una pedina nelle tensioni tra Trump e il Regno Unito. Per una comunità che ha costruito la propria identità sull’appartenenza alla corona britannica, dichiarazioni come queste suonano come un’ingerenza, non come un’opinione tra le tante.

Londra e Dublino prendono le distanze

Londra ha scelto la linea del silenzio formale. Downing Street ha fatto sapere che il Regno Unito rispetterà integralmente l’Accordo del Venerdì Santo, ricordando che al momento non esistono prove di una maggioranza favorevole a un nuovo referendum. Anche Dublino ha mantenuto un tono misurato: il governo irlandese si è limitato a ribadire la validità dell’accordo, senza commentare nel merito le parole del presidente. Nessuna delle due capitali, insomma, ha voluto cavalcare la dichiarazione.

Le voci nazionaliste

Sul fronte opposto, la reazione è stata più leggera, ma non meno significativa. La leader del SDLP, Claire Hanna, ha commentato con ironia che Trump, a quanto pare, non è poi così “arancione” come sembra, con un riferimento all’Ordine Arancione, storico simbolo dell’unionismo. Colum Eastwood, ex leader dello stesso partito e da sempre critico verso il presidente americano, ha condiviso sui social un video delle sue dichiarazioni con una battuta che la dice lunga su quanto sia cambiato il clima politico.

Una visita all’insegna del golf

Vale la pena ricordare il contesto. La visita di Trump in Irlanda è stata costruita attorno al golf: il presidente si trovava nel Paese per l’Irish Open ospitato nel suo resort di Doonbeg, sulla costa del Clare, e l’incontro politico a Dublino è arrivato come tappa accessoria. Non è un dettaglio da poco, perché spiega il tono informale delle sue risposte e la rapidità con cui il suo entourage ha poi cercato di ridimensionare il caso.

Un dibattito che resta aperto

Al netto delle polemiche, le parole di Trump non cambiano gli equilibri istituzionali né avvicinano un referendum che, per ora, non è all’orizzonte. Ma toccano un punto sensibile: come raccontato nella nostra sezione sul conflitto nordirlandese, le divisioni identitarie, le memorie contrapposte e le ferite dei Troubles non sono mai del tutto rimarginate. Bastano poche frasi pronunciate dall’altra parte dell’oceano per riportarle in superficie. Ed è forse questo, più della dichiarazione in sé, il dato politicamente rilevante.

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