Provate a pensare a un qualsiasi paese europeo, e alla sua popolazione di quasi due secoli fa. Quasi certamente, oggi conta molte più persone di allora — la crescita demografica europea dell’Ottocento e Novecento è stata, salvo eccezioni, costante. L’Irlanda è l’eccezione più clamorosa del continente: l’isola non ha ancora raggiunto, oggi, la popolazione che aveva nel 1841.
Un record che risale a prima della fotografia
Nel 1841, il censimento registrò sull’intera isola d’Irlanda 8.175.124 abitanti — il numero più alto mai raggiunto nella sua storia documentata. Per avere un termine di paragone, la popolazione dell’intera isola oggi (Repubblica più Irlanda del Nord) si aggira attorno ai 7,2 milioni: quasi un milione di persone in meno rispetto a un dato registrato quando la fotografia non era ancora stata inventata e Victoria era regina da appena quattro anni.
Per la Repubblica d’Irlanda presa da sola, il dato è ancora più netto: solo nel censimento del 2022 la popolazione ha superato per la prima volta i 5 milioni di abitanti dal lontano 1851 — un secondo record, ma sempre riferito a un anno immediatamente successivo all’inizio della catastrofe demografica, non prima di essa.
Il crollo, e la lunga discesa che seguì
Il primo colpo, ovviamente, fu la Grande Carestia del 1845-1852: oltre un milione di morti, un altro milione di emigrati nel giro di pochi anni. Ma quello che rende l’Irlanda un caso unico non è tanto il crollo improvviso — altre catastrofi demografiche nella storia europea sono state altrettanto brutali — quanto quello che accadde dopo. La popolazione, invece di riprendersi nel giro di qualche decennio come accade tipicamente dopo una crisi demografica, continuò a scendere per altri ottant’anni: dai 6,5 milioni del 1851 si arrivò a poco più di 4,4 milioni nel 1911, un livello attorno al quale la popolazione dell’isola restò sostanzialmente bloccata fino agli anni Sessanta del Novecento.
La causa non fu una seconda carestia, ma l’emigrazione strutturale che la prima aveva innescato: per intere generazioni, lasciare l’Irlanda divenne quasi un rito di passaggio economico, un’opzione più praticabile della permanenza in un’economia rurale che faticava a offrire alternative. Il fenomeno fu talmente radicato da diventare esso stesso parte dell’identità culturale irlandese — la valigia pronta, il parente in America, la lettera che non tornava mai indietro.
Una ripresa arrivata solo di recente
Solo a partire dagli anni Sessanta la popolazione della Repubblica ricominciò a crescere in modo stabile, accelerando poi drasticamente con il boom economico della “Tigre Celtica” degli anni Novanta e Duemila e, più recentemente, con l’immigrazione legata al ruolo dell’Irlanda come sede europea di multinazionali tecnologiche e farmaceutiche. Ma il divario storico è talmente ampio che, nonostante decenni di crescita ininterrotta, l’isola nel suo complesso non ha ancora colmato il buco aperto quasi due secoli fa.
Perché questo dato conta ancora oggi
Non è solo una curiosità statistica. Questo “buco demografico” di quasi due secoli aiuta a spiegare fenomeni apparentemente distanti nel tempo: la forza della diaspora irlandese nel mondo (più persone di origine irlandese vivono fuori dall’isola che sulla stessa isola), il peso culturale sproporzionato che l’Irlanda ha avuto rispetto alle sue dimensioni reali, e persino alcune delle attuali pressioni sul mercato immobiliare irlandese, dove decenni di stock abitativo pensato per una popolazione più piccola faticano oggi a tenere il passo con una crescita demografica tra le più rapide d’Europa. Per il racconto completo della carestia che diede inizio a tutto questo, la nostra pagina dedicata alla Grande Carestia Irlandese ne ricostruisce cause e conseguenze dirette.


