L’Irlanda contro l’UE: in tribunale per non incassare 13 miliardi da Apple

Il conto più piccolo della storia aziendale

Tutto nasce da un’indagine della Commissione Europea conclusa nell’agosto 2016. Secondo Bruxelles, per oltre un decennio l’Irlanda aveva concesso ad Apple un trattamento fiscale su misura, illegale secondo le regole UE sugli aiuti di Stato, che aveva permesso all’azienda di pagare un’aliquota effettiva sui profitti europei scesa fino allo **0,005%** nel 2014 — l’equivalente di 50 euro di tasse ogni milione di euro di profitto. Per fare un paragone concreto: l’aliquota societaria standard irlandese, già considerata bassa rispetto al resto d’Europa, è del 12,5%. Apple pagava, in pratica, duemilacinquecento volte meno.

La struttura contestata prevedeva che le controllate irlandesi di Apple registrassero profitti enormi — 16 miliardi di euro solo nel 2011 — di cui una frazione minima veniva effettivamente considerata tassabile, grazie a un meccanismo che allocava la maggior parte dei ricavi a una sede centrale “sulla carta”, priva di dipendenti, sedi reali o attività concrete.

Perché l’Irlanda non voleva vincere

Qui arriva la parte che sorprende chiunque non conosca il caso nel dettaglio. La Commissione europea ordinò all’Irlanda di recuperare 13 miliardi di euro da Apple — una cifra enorme, pari a circa il 16% dell’intero gettito fiscale annuale del paese. Ci si aspetterebbe che qualsiasi governo accolga a braccia aperte una simile somma. Il governo irlandese, invece, fece appello contro la decisione, schierandosi apertamente al fianco di Apple contro la Commissione Europea.

Il motivo, dichiarato esplicitamente dalle autorità irlandesi, era di lungo periodo: l’Irlanda ha costruito gran parte della propria strategia economica degli ultimi trent’anni sull’attrarre sedi europee di multinazionali americane con una fiscalità favorevole. Accettare la ricostruzione della Commissione — cioè ammettere di aver offerto un trattamento fiscale su misura e illegale — avrebbe danneggiato la credibilità dell’Irlanda agli occhi di altre aziende internazionali, mettendo a rischio un modello che ha attirato decine di migliaia di posti di lavoro e miliardi di investimenti diretti nel paese.

Otto anni di battaglia legale, e un finale a sorpresa

La causa attraversò diversi gradi di giudizio. Nel 2020, un tribunale di grado inferiore diede inizialmente ragione ad Apple e Irlanda, annullando la richiesta di recupero. Ma il 10 settembre 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea — il grado più alto, senza possibilità di ulteriore appello — ribaltò quella decisione, confermando in via definitiva la ricostruzione della Commissione: “l’Irlanda ha concesso ad Apple un aiuto illegale che l’Irlanda è tenuta a recuperare”.

La commissaria europea alla concorrenza dell’epoca, Margrethe Vestager, descrisse la sentenza come “una vittoria enorme per la giustizia fiscale”. Apple, dal canto suo, continuò a sostenere di aver sempre rispettato la legge, definendo la ricostruzione della Commissione un tentativo retroattivo di cambiare le regole del gioco.

Un paese che ha dovuto incassare soldi che non voleva

Alla fine, l’Irlanda si è ritrovata con 13 miliardi di euro (più interessi, per un totale vicino ai 14 miliardi) che non aveva mai chiesto e che, per anni, aveva attivamente cercato di evitare di ricevere — un paradosso raro nella storia economica recente, dove un governo ha combattuto in tribunale non per ottenere denaro, ma per proteggere la propria reputazione di destinazione fiscale affidabile per gli investimenti esteri, anche a costo di rinunciare a una somma capace di finanziare interi programmi di edilizia pubblica o sanità per anni.

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