Irlandesi e mare: perché per loro una giornata in spiaggia è sempre perfetta

La prima volta che ho visto una famiglia irlandese in spiaggia era una mattina di luglio sulla costa del Connemara. Vento forte, nuvole basse, temperatura dell’aria intorno ai 14 gradi. Il padre in pantaloncini corti — solo pantaloncini, nient’altro — lanciava un frisbee al figlio che correva scalzo sulla sabbia bagnata. La madre leggeva un libro tenendolo fermo con entrambe le mani perché il vento cercava di strapparglierlo. Nessuno sembrava minimamente turbato. Erano in spiaggia. Era una bella giornata.

Ci vuole un po’ di tempo, arrivando dall’Italia, per capire che quella scena non era un’eccezione. Era la norma.

Il mare come luogo dell’anima, non del sole

Il rapporto degli irlandesi con il mare non ha niente a che fare con il sole. Questa è la premessa fondamentale, quella che cambia tutto. In Italia il mare è un’esperienza sensoriale che richiede calore: il sole sulla pelle, la sabbia calda sotto i piedi, l’acqua a temperatura accettabile. Senza questi ingredienti la giornata al mare non si fa. Si rimanda. Si aspetta luglio.

Per un irlandese il mare è qualcosa di completamente diverso. È un luogo dell’anima — e lo dico senza retorica, perché non riesco a trovare un’espressione più precisa. Le coste atlantiche irlandesi sono tra le più selvagge e drammatiche d’Europa. La Wild Atlantic Way si estende per oltre 2.500 km dal Donegal alla contea di Cork, con scogliere che cadono a picco sull’oceano, spiagge deserte di sabbia bianca e un orizzonte che quando è libero dalle nuvole — e a volte lo è, anche in Irlanda — dà la sensazione fisica di stare ai margini del mondo conosciuto. In un paesaggio così, il sole è quasi ridondante. Anzi: con le nuvole e il vento, quelle coste hanno una qualità visiva che il sole piatto dell’estate mediterranea non potrebbe mai restituire.

Gli irlandesi questo lo sanno. Lo sentono. Ci vanno lo stesso, anzi ci vanno apposta, anche — e soprattutto — quando il tempo non collabora. Il clima irlandese non è mai stato una condizione del piacere. È semplicemente lo sfondo dentro cui il piacere si trova comunque.

Il nuoto invernale e la cultura del tuffo

C’è una pratica che in Irlanda negli ultimi anni è diventata quasi un movimento sociale: il nuoto invernale in mare aperto. I wild swimmers, li chiamano. Gruppi di persone — spesso donne, spesso over cinquanta, ma non solo — che si ritrovano all’alba sulle spiagge durante tutto l’anno, anche a gennaio, anche con l’acqua a otto gradi, e si tuffano. Escono dal mare con la pelle rossa, gli occhi spalancati, il respiro corto, e hanno l’espressione di chi ha appena fatto qualcosa di importante. Perché in effetti l’hanno fatto.

Il fenomeno non è nuovo — in Irlanda c’è sempre stata una tradizione di bagni in mare in qualsiasi stagione, soprattutto a Capodanno — ma negli ultimi anni è esploso come risposta collettiva allo stress e all’ansia. La risposta fisiologica al freddo produce un picco di endorfine che molti descrivono come la sensazione più intensa di benessere che conoscano. L’Irish Times ne ha scritto diffusamente, documentando una crescita esponenziale di gruppi di nuoto selvaggio in tutto il paese.

Ma al di là della moda e dei benefici documentati, c’è qualcosa di culturalmente più profondo. L’idea che il freddo non sia un ostacolo ma parte dell’esperienza. Che il disagio fisico momentaneo — e buttarsi nell’Atlantico a febbraio è sicuramente disagio — sia il prezzo di qualcosa che vale la pena pagare. Gli irlandesi hanno una tolleranza per l’elemento naturale avverso che le culture mediterranee non hanno mai dovuto sviluppare. Non è stoicismo. Non è masochismo. È semplicemente che crescendo in un clima così, impari che aspettare il bel tempo è uno sport perdente.

Forty Foot e la democrazia del mare freddo

A Sandycove, un piccolo promontorio a sud di Dublino, c’è un luogo chiamato Forty Foot. È una piattaforma di roccia che scende nell’acqua del mare d’Irlanda, usata come punto di tuffo da oltre duecento anni. James Joyce lo cita nell’incipit dell’Ulisse. Originariamente riservato agli uomini, dal 1974 è aperto a tutti. Oggi ci si tuffano studenti universitari, pensionati, turisti in stato di shock, e un gruppo di signore che ci va tutti i giorni dell’anno alle sette di mattina e considera chiunque si fermi sulla riva senza buttarsi con un misto di comprensione e lieve disprezzo.

Il Forty Foot è una metafora perfetta del rapporto irlandese con il mare. Non ha niente di glamour. La piattaforma è di pietra grigia, l’acqua non è cristallina come in Sardegna, non ci sono sdraio né bar né ombrelloni. C’è solo il mare, il cielo — spesso grigio — e la scelta di tuffarcisi dentro o no. E la maggior parte delle persone ci si tuffa.

Questo vale anche per le spiagge più remote. Il Connemara ha alcune delle spiagge più belle d’Europa — Dog’s Bay, Glassilaun, Omey Island — con una sabbia bianca che in una giornata di sole, e ci sono, sembra quasi caraibica. Ma anche senza sole quelle spiagge sono piene di gente. Famiglie che camminano controvento, bambini che raccolgono conchiglie, coppie ferme a guardare le onde. Non stanno aspettando che il tempo migliori. Per loro il tempo è già quello giusto.

Venendo da un paese dove il sole è quasi obbligatorio per divertirsi, c’è qualcosa di profondamente liberatorio in questa prospettiva. Portare un impermeabile, buttarsi comunque, e tornare a casa bagnati ma con qualcosa che non si riesce a spiegare bene — ma che assomiglia moltissimo alla felicità.

Se vuoi scoprire le coste più belle dell’isola — con o senza sole — la sezione cosa vedere in Irlanda è il punto di partenza ideale per costruire il tuo itinerario.

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