Camminare a Dublino nei passi di Leopold Bloom: un giorno dentro l’Ulisse

Sono partito dall’angolo di Eccles Street alle otto del mattino, con un taccuino in tasca e le scarpe già bagnate. Dublino a quell’ora ha ancora il sapore della notte — i marciapiedi lucidi di pioggia, i gabbiani che urlano sopra il Liffey, qualche runner solitario che attraversa il parco. Ho aperto il romanzo alla prima pagina del sesto episodio e ho cominciato a camminare. Leopold Bloom era davanti a me, invisibile e preciso come una bussola.

L’idea era semplice: seguire il percorso che James Joyce aveva tracciato con ossessiva precisione topografica nel suo Ulisse. Il 16 giugno 1904 — il giorno in cui si svolge l’intero romanzo — Bloom attraversa Dublino in lungo e in largo, dalla periferia nord al centro, dai portici di Westmoreland Street ai vicoli dietro Temple Bar, dalla biblioteca del Trinity College alle rive del fiume. Joyce aveva vissuto in quella città per anni, e la conosceva palmo a palmo. Ogni indirizzo che cita è reale. Ogni pub, ogni negozio, ogni chiesa. Camminare quelle strade con il libro in mano è come leggere una mappa che è anche un’opera d’arte.

Da Eccles Street al Cimitero di Glasnevin: la mattina di Bloom

Il numero 7 di Eccles Street non esiste più — la casa dove Joyce aveva immaginato vivesse Bloom fu demolita nel 1982, e al suo posto c’è oggi il Mater Hospital. Ne resta solo la porta originale, conservata al James Joyce Centre in North Great George’s Street, dove mi sono fermato mezz’ora più tardi. C’è qualcosa di toccante in quella porta — legno scuro, verniciato molte volte, con il numero 7 ancora leggibile. È il confine tra il mondo reale e quello del romanzo, e standing lì davanti ho capito che Joyce non stava scrivendo di un posto immaginario. Stava preservando una città che sapeva sarebbe cambiata.

Dal centro sono sceso verso nord, verso il Cimitero di Glasnevin, dove nel romanzo si svolge il funerale di Paddy Dignam — l’undicesimo episodio, quello che Joyce chiamava “Ade”. Glasnevin è uno dei luoghi più potenti di tutta Dublino: centinaia di migliaia di tombe, tra cui quelle di Michael Collins, Daniel O’Connell, Brendan Behan. Il viale dei cipressi che porta all’ingresso principale era deserto a quell’ora, e i corvi gracchiavano tra le lapidi. Ho trovato la tomba di O’Connell, quella con la torre rotonda, e mi sono seduto su una panchina a rileggere le pagine del funerale. Il registro ironico e malinconico di Joyce sembrava perfetto in quel contesto — la morte trattata con una dignità che non esclude il grottesco.

Il centro della città: tra pub e librerie

Nel pomeriggio Bloom attraversa il centro — Grafton Street, Nassau Street, la Biblioteca Nazionale. Ho fatto lo stesso, in un caldo pomeriggio di giugno che sembrava quasi un dono. Il James Joyce che emerge dal romanzo è un uomo profondamente dublinese nel senso più autentico del termine: conosce ogni negozio, ogni odore, ogni abitudine della gente che incrocia. Camminare per Grafton Street con questo filtro cambia tutto — smetti di essere un turista e cominci a essere un osservatore.

Mi sono fermato al Davy Byrne’s pub di Duke Street, dove Bloom mangia il suo famoso pranzo — un sandwich al gorgonzola e un bicchiere di Borgogna. Il pub esiste ancora, quasi invariato nell’esterno, rimodernato dentro. Ho ordinato la stessa cosa, più o meno. Il gorgonzola era buono, il vino era francese, e il barista mi ha guardata con quella pazienza tipicamente dublinese di chi ha già visto troppi joyciani fare la stessa ordinazione.

Il Bloomsday — la festa che ogni 16 giugno celebra questo libro e questo personaggio — trasforma Dublino in un palcoscenico letterario. Attori in abiti edoardiani recitano brani dell’Ulisse agli angoli delle strade. Ma io sono venuto a giugno, sì, ma non il 16 giugno, e questa solitudine rispetto alla folla dei festeggiamenti mi ha restituito qualcosa di più prezioso: la città senza la recita, Bloom senza il costume.

Il Liffey e la sera: quando il romanzo finisce e la città continua

La parte finale del percorso scende verso il fiume. Ho attraversato il O’Connell Bridge al tramonto, con la luce arancione che colpiva le acque torbide del Liffey e i gabbiani che planivano bassi sulle barche ormeggiate. Joyce descrive questo punto con una cura quasi pittorica — il fiume come spina dorsale della città, il confine tra il nord popolare e il sud borghese, tra due mondi che si sfiorano senza mai davvero incontrarsi.

Ho finito il percorso vicino a Sandymount Strand, la spiaggia nel sud della città dove si svolge l’episodio di Nausicaa, uno dei più belli e sensuali del romanzo. Era quasi buio quando ho raggiunto la riva. La marea era bassa, l’aria sapeva di sale e alghe, e in lontananza le luci di Howth Head disegnavano un profilo familiare all’orizzonte. Ho richiuso il libro. Bloom a quel punto era già tornato a casa, già a letto, già perso nel dormiveglia del tardo pomeriggio.

Dublino, però, continuava. Come continua sempre. Come se il romanzo non fosse mai finito davvero — solo sospeso, in attesa che qualcun altro aprisse la porta di Eccles Street e cominciasse a camminare.

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