Oscar Wilde e il paradosso di essere irlandese a Londra

C’è una cosa che i biografi di Oscar Wilde tendono a sottovalutare: era irlandese. Non nel senso anagrafico — quello è ovvio, nato a Dublino nel 1854, cresciuto in Merrion Square in una di quelle case georgiane che oggi ospita la Oscar Wilde House — ma nel senso profondo, culturale, quasi genetico. L’umorismo, la verbosità brillante, il rapporto complicato con l’autorità, la tendenza a trasformare il dolore in spettacolo: tutto questo è irlandese prima ancora di essere wildiano. E capire questo cambia il modo in cui si legge la sua storia — soprattutto la fine.

Wilde arrivò a Londra come molti irlandesi colti della sua generazione: con il talento come unica vera risorsa e la consapevolezza che l’Inghilterra era il posto dove quel talento avrebbe trovato il suo pubblico. Dublino era troppo piccola, troppo provinciale, troppo cattolica per contenere quello che lui stava diventando. Londra era il centro del mondo vittoriano — e Wilde voleva stare al centro.

L’irlandese che prendeva in giro gli inglesi

C’è qualcosa di profondamente irlandese nel modo in cui Wilde trattava la società londinese: la amava e la derideva contemporaneamente, ci viveva dentro e la osservava dall’esterno, ne adottava le forme e ne smontava i contenuti con una precisione chirurgica. Le sue commedie — L’importanza di chiamarsi Ernesto, Un marito ideale, Il ventaglio di Lady Windermere — sono esercizi magistrali di questo doppio gioco: sulla superficie sembrano celebrare l’aristocrazia vittoriana, nei dialoghi la demoliscono sistematicamente.

Questa è una tecnica tipicamente irlandese — quella dell’outsider che impara il linguaggio del potere meglio dei nativi e poi lo usa per sovvertirlo dall’interno. Jonathan Swift l’aveva fatto due secoli prima con la sua prosa. Shaw lo faceva nello stesso periodo di Wilde. Samuel Beckett lo avrebbe fatto dopo. È quasi un tratto di stile nazionale: l’ironia come forma di resistenza, il paradosso come arma, la battuta come l’unica risposta dignitosa a una situazione indegna.

Wilde lo sapeva. Aveva studiato i classici a Dublino e Oxford ma la sua vera formazione era avvenuta nelle conversazioni di casa sua, dove sua madre Jane — poetessa nazionalista che scriveva sotto lo pseudonimo di Speranza — teneva un salotto frequentato dall’intellighenzia irlandese. In quella casa si parlava di identità nazionale, di resistenza culturale, di come la lingua inglese potesse essere usata contro chi l’aveva imposta. Oscar aveva ascoltato tutto questo da bambino e lo aveva trasformato in commedia.

Il peso dell’identità coloniale

L’Irlanda del XIX secolo era una colonia inglese — o qualcosa di molto simile. La Grande Carestia era finita da meno di dieci anni quando Wilde nacque. Il gaelico veniva sistematicamente soppresso. La classe dirigente protestante angloirlandese a cui apparteneva la famiglia Wilde occupava una posizione ambigua: era privilegiata rispetto alla maggioranza cattolica ma era comunque considerata inferiore dall’establishment londinese. Irlandese abbastanza da essere guardata con sospetto, inglese abbastanza da essere ammessa nei salotti buoni.

Wilde navigò questa ambiguità con brillantezza apparente ma con un costo che si vede guardando la traiettoria della sua vita. La performance continua di se stesso — i vestiti stravaganti, le battute fulminanti, la posa costante — era anche un modo per controllare come veniva visto prima che gli altri potessero definirlo. Un irlandese che si fa personaggio prima che qualcuno lo possa fare al suo posto.

La ribellione contro l’ipocrisia vittoriana — quella che avrebbe portato al processo e alla condanna — non era solo una questione privata di orientamento sessuale. Era anche la ribellione di chi aveva sempre saputo di vivere in una società che aveva regole diverse per persone diverse, e che aveva deciso di sfidare quella società sul suo stesso terreno. Un irlandese che sfida l’Inghilterra vittoriana non era una novità. Farlo con l’eleganza e la leggerezza di Wilde era qualcosa di nuovo.

La tragedia come atto finale

Il processo del 1895 e i due anni di carcere a Reading lo distrussero fisicamente e creativamente. Uscì di prigione nel 1897 e si trasferì in Francia, dove morì tre anni dopo in una stanza d’albergo parigina, praticamente solo. Aveva quarantasei anni.

La cosa che colpisce di più guardando quella fine è il modo in cui Wilde l’aveva quasi anticipata nella sua scrittura. De Profundis, la lunga lettera scritta in carcere all’amante Lord Alfred Douglas, è uno dei testi più lucidi che esistano sulla natura della sofferenza e dell’umiliazione. Non c’è autocommiserazione — c’è qualcosa di più irlandese di quello: la capacità di guardare in faccia il dolore più grande e trovare ancora le parole giuste per descriverlo.

Wilde è sepolto al Père Lachaise di Parigi, in una tomba coperta di baci lasciati dai visitatori di tutto il mondo. Dublino ha recuperato la sua memoria solo decenni dopo la sua morte — con quella lentezza tipica dei posti che faticano a perdonare chi li ha lasciati. Oggi la sua casa natale a Merrion Square è visitabile, e nel parco di fronte c’è una statua di bronzo che lo ritrae con l’espressione di chi sa tutto e non si aspetta niente di buono. È l’espressione giusta.

Per scoprire gli altri grandi scrittori irlandesi che hanno lasciato il segno nella letteratura mondiale, la sezione dedicata agli scrittori irlandesi raccoglie i profili di Joyce, Beckett, Yeats e molti altri — una tradizione letteraria che non ha paragoni rispetto alle dimensioni dell’isola che l’ha prodotta.

Secondo il quotidiano Irish Times, Oscar Wilde è oggi il personaggio letterario irlandese più ricercato online a livello internazionale — superando persino Beckett e Joyce. Il paradosso finale di un uomo che l’Irlanda aveva quasi dimenticato e che il mondo non ha mai smesso di ricordare.

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