Van Morrison e la Belfast che non esiste più

C’è una strada a Belfast che si chiama Cyprus Avenue. È una via residenziale tranquilla nell’East Belfast, fiancheggiata da castagni che in primavera si riempiono di foglie grandi come mani aperte. Non ha niente di particolarmente straordinario, almeno a prima vista. Eppure chiunque abbia ascoltato l’album Astral Weeks la conosce — l’ha percorsa nella mente decine di volte, ha sentito il fruscio di quegli alberi, ha immaginato quel ragazzo di East Belfast che la camminava come un pellegrino verso qualcosa che non sapeva ancora nominare.

George Ivan Morrison — per tutti Van — è nato nel 1945 al 125 di Hyndford Street, in uno di quei quartieri operai protestanti di Belfast che sembravano costruiti per durare in eterno e invece sono cambiati più velocemente di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere. La sua musica è fatta di quei luoghi: le strade, il fiume Lagan, il rumore dei tram, la nebbia mattutina sul Beechill, i pub dove si suonava rhythm and blues quando il rhythm and blues in Irlanda era ancora una cosa esotica. Chi vuole capire Van Morrison deve capire quella Belfast — e accettare che quella Belfast non esiste più nella forma in cui lui la conosceva.

Hyndford Street e l’infanzia in vinile

La casa al 125 di Hyndford Street è ancora in piedi. È una terraced house come tante nel’East Belfast — mattoni rossi, finestre strette, un piccolo giardino davanti. Non c’è nessuna targa ufficiale, nessun museo, nessuna indicazione turistica. È semplicemente una casa in una strada tranquilla dove un uomo eccezionale ha avuto un’infanzia ordinaria.

Suo padre, George Sr., aveva una collezione di dischi definita leggendaria dal vicinato: Muddy Waters, Lead Belly, Mahalia Jackson, Ray Charles, Jelly Roll Morton. In una casa operaia protestante nell’East Belfast del dopoguerra, quella musica costituiva una porta verso un altro mondo. Van Morrison l’ha assorbita tutta, e poi l’ha rimescolata con la nebbia e il grigio di Belfast, con il blues celtico che aveva sentito da sua madre che cantava ballate tradizionali irlandesi, con il jazz che arrivava dai pub e dai club della città. Il risultato è quel suono inconfondibile — che non è soul, non è folk, non è jazz, non è niente di definibile — che ha fatto di Van Morrison uno degli artisti più originali del Novecento.

Hyndford Street oggi è una strada come tante. I vicini non pensano a Van Morrison più di quanto i vicini di qualsiasi altra casa storica pensino alla storia che li circonda. È Belfast che continua a vivere, indifferente alla propria leggenda.

Cyprus Avenue e il mito della strada

Cyprus Avenue non era il quartiere di Van Morrison — era il quartiere dei ricchi. Distava pochi minuti a piedi da Hyndford Street ma apparteneva a un altro mondo: villette grandi, giardini curati, castagni imponenti, l’aria di chi non ha problemi di fine mese. Van ci camminava da ragazzo con quella sensazione mista di ammirazione e esclusione che alimenta tanta grande arte.

Quando nel 1968 registrò Astral Weeks a New York — lontano da Belfast, lontano da tutto ciò che conosceva — Cyprus Avenue divenne qualcosa di più di una strada. Divenne un simbolo dell’infanzia irrecuperabile, di una età dell’oro immaginaria, di quella tensione tra il mondo com’è e il mondo come si vorrebbe che fosse. La canzone che porta il suo nome è tra le più belle mai scritte sulla nostalgia — non la nostalgia sdolcinata, ma quella acuta e dolorosa di chi sa che non si può tornare.

Cyprus Avenue esiste ancora. Gli alberi ci sono ancora. La strada è tranquilla come sempre. Ma quella Belfast — la Belfast dei tram, delle fabbriche dei cantieri navali, della comunità protestante operaia dell’East che si sentiva al centro del mondo — è scomparsa nel corso dei decenni, travolta prima dai Troubles e poi dalla trasformazione economica che ha svuotato i cantieri e riempito i loft del centro. Chi passeggia oggi per l’East Belfast non sente più quella Belfast. La può solo ascoltare, in cuffia, camminando.

La Belfast di Van Morrison oggi

Belfast ha un rapporto complicato con Van Morrison. Lo riconosce come figlio illustre — c’è una statua in bronzo nel centro, vicino al Cathedral Quarter — ma non gli ha mai dedicato la stessa devozione ossessiva che Dublino riserva a Joyce o che Liverpool riserva ai Beatles. In parte è colpa sua: Van Morrison è notoriamente schivo, burbero, poco incline alla celebrazione pubblica, e i suoi rapporti con la città sono stati altalenanti nel corso degli anni.

Eppure la città che ha plasmato la sua musica è ancora riconoscibile, se si sa dove guardare. Il Belfast di oggi è una metropoli trasformata — il Titanic Quarter, la scena gastronomica, i murales che sono diventati attrazione turistica — ma nell’East, se si esce dai circuiti principali, si trovano ancora le strade strette, le case a schiera, i pub di quartiere dove si beve senza parlare troppo e si ascolta musica senza chiedersi di che genere sia. È lì che si sente ancora qualcosa di quella Belfast.

Per capire la musica di Van Morrison bisogna ascoltarla a Belfast. Non al concerto, non con le cuffie in metropolitana. A Belfast, camminando nell’East, magari una mattina di novembre con la nebbia bassa sul Lagan e i castagni di Cyprus Avenue quasi spogli. Solo allora si capisce da dove viene quel suono, e perché nessuno è mai riuscito a replicarlo.

Il Belfast Telegraph ha raccontato più volte il rapporto tra Morrison e la sua città natale, documentando come i luoghi della sua infanzia siano diventati mete di pellegrinaggio informale per i fan di tutto il mondo.

Se vuoi esplorare la Belfast che ha ispirato Van Morrison e scoprire tutti gli altri luoghi che hanno fatto la storia di questa città straordinaria, la nostra guida completa a Belfast è il punto di partenza ideale.

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