
Anni ’70. Da una parte c’era Belfast, dall’altra Amsterdam. Due ragazzi destinati a cambiare per sempre la storia del calcio. Mettere a confronto George Best e Johan Cruijff non è solo un esercizio di statistica, ma un richiamo a un rimpianto: quello di una finale di Coppa dei Campioni che purtroppo non si è mai disputata.
Il ribelle contro il profeta: due idee di calcio
Entrando nel mondo di George Best, è subito chiaro che il talento dell’irlandese era pura istintività. Best era come un fuoco, un’improvvisazione che sorprendeva i difensori, lasciandoli a terra prima che avessero il tempo di capire da che parte fosse passato. Giocava con il cuore e con l’ego di un campione, sempre pronto a prendersi la responsabilità di risolvere la partita da solo.
Dall’altra parte, Johan Cruijff rappresentava il suo opposto, ma era altrettanto letale. L’olandese era come il ghiaccio, riflessivo e geometrico. Fu lui a inventare il “Calcio Totale” all’Ajax: un movimento collettivo in cui lui era la pedina chiave, il fulcro della strategia di Rinus Michels. Mentre Best trionfava grazie al suo genio individuale, Cruijff vinceva ribaltando le regole tattiche del gioco.





