Ci sono posti che non si lasciano descrivere facilmente. Il Connemara è uno di questi — non perché sia impossibile trovare le parole — ma perché qualsiasi parola suona inadeguata. Laghi che non si capisce di che colore siano e che appaiono neri, o verdi scuri, o grigi, a seconda della luce. Montagne che non sono alte ma sembrano assolute, le Twelve Bens. Torbiere che si estendono per chilometri, viola e marrone e ocra, con le pecore che camminano in mezzo come se fossero le proprietarie del posto.
Sono arrivato in agosto, quando l’erica fiorisce e le torbiere si tingono di viola intenso.
La lingua che resiste
Il Connemara è parte del Gaeltacht — le zone dell’Irlanda dove il gaelico è ancora parlato come prima lingua nelle case. I cartelli stradali sono solo in irlandese. Al supermercato si sente la gente parlare una lingua che suona come musica senza senso a chi non la conosce.
C’è qualcosa di quasi miracoloso nel fatto che questa lingua esista ancora, qui. Non perché non stesse scomparendo — sta scomparendo, lentamente. Ma ha resistito più a lungo qui che altrove, forse perché il paesaggio stesso ha reso difficile l’accesso e quindi il cambiamento.
Kylemore e le isole Aran
La Kylemore Abbey è l’immagine più fotografata del Connemara, un’abbazia vittoriana gotica specchiata nel lago costruita nel 1868 da un ricco mercante di Manchester come regalo di nozze per la moglie. È talmente bella da sembrare costruita apposta per essere fotografata.
Le Isole Aran, raggiungibili in traghetto da Rossaveel, sono l’appendice naturale: tre isole di calcare spazzate dal vento, con muri a secco e forti preistorici. Inis Mór ha il Dun Aonghasa, un forte costruito sul bordo di una scogliera a picco sull’Atlantico.
Quando ho lasciato il Connemara, guidando verso est, ho provato qualcosa che non mi aspettavo: la sensazione di lasciare un posto che avevo appena iniziato a capire. È il segno dei posti buoni.
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