Non ricordo quando ho smesso di fotografare. Da qualche parte tra il secondo lago senza nome e la terza collina di torba, ho semplicemente abbassato il telefono e ho guardato. Il Connemara fa questo alle persone: le zittisce.
Chi arriva per la prima volta in questa striscia di terra all’estremità occidentale della contea di Galway si aspetta il verde. Se lo aspetta ovunque, come da cartolina. Ma il Connemara non è verde — o meglio, non è solo verde. È marrone rossiccio dove la torba affiora, è grigio argento dove la roccia di quarzite delle Twelve Bens taglia il cielo, è di un blu quasi nero nei laghi che punteggiano la brughiera senza una logica apparente, come se qualcuno avesse rovesciato dell’inchiostro su una mappa e l’avesse lasciato colare.
Una terra che si racconta lentamente
Il Connemara non si concede subito. Le prime volte che ci sono passato in auto, diretto altrove, mi sembrava solo un tratto di strada lungo e vuoto tra un posto e l’altro. Ci vuole tempo perché smetta di essere “il tragitto per” e diventi una destinazione in sé.
La differenza la fa fermarsi. Scendere dall’auto in un punto qualsiasi della R344 o della strada costiera verso Roundstone, spegnere il motore, e ascoltare quello che resta: vento, qualche pecora lontana, il rumore dell’acqua che non si vede ma si sente scorrere da qualche parte sotto la torba. È un silenzio pieno, non vuoto — la differenza tra una stanza disabitata e una cattedrale.
Le montagne, le Twelve Bens, non sono altissime — il picco più alto supera di poco i 700 metri — ma la loro forma aguzza e isolata, senza altre catene a fargli da cornice, le fa sembrare più imponenti di quello che sono sulla carta. Cambiano colore continuamente: dorate al mattino, viola nel tardo pomeriggio, quasi nere prima di un temporale che qui arriva sempre più in fretta di quanto promettano le previsioni.
Kylemore, e il silenzio delle suore
A un certo punto della strada, il paesaggio si apre su un lago e, sull’altra sponda, compare quello che sembra un castello uscito da una fiaba gotica: è Kylemore Abbey, costruita nell’Ottocento come dono d’amore e diventata poi un convento di monache benedettine. Vale una deviazione, ma è bene saperlo: in piena estate i pullman la rendono un luogo affollato, quasi in contrasto con l’idea di quiete che il resto del Connemara promette. Ci torneremo con un articolo dedicato più avanti questo mese, perché merita un racconto a parte — soprattutto per capire cosa resta di autentico dietro ai selfie in fila.
Le persone, non solo i paesaggi
Del Connemara non parlano solo le colline. È una delle zone più estese di Gaeltacht d’Irlanda — dove il gaelico non è un’attrazione da museo ma la lingua che si sente parlare davvero nei pub e nei negozi di paesi come Clifden o Roundstone. È un dettaglio che cambia la percezione del posto: non stai visitando un parco naturale, stai attraversando una cultura ancora viva, con la sua lingua, la sua musica, il suo modo diverso di intendere il tempo.
Clifden, la “capitale” non ufficiale della regione, è un buon punto d’appoggio: abbastanza piccola da non intaccare l’atmosfera, abbastanza attrezzata da offrire un letto e un pasto caldo dopo una giornata di cammino sotto la pioggia obliqua tipica di queste parti.
Un consiglio pratico, se decidete di andarci
Non fatelo di corsa. Il Connemara punisce chi cerca di “farlo” in poche ore tra una tappa e l’altra dell’itinerario classico della costa ovest. Chi si ferma anche solo una notte in più — magari in un B&B isolato con vista sulla brughiera — porta a casa un’esperienza completamente diversa da chi lo attraversa e basta.
Se il Connemara vi ha già conquistato dai racconti, il passo naturale è spingersi ancora più a ovest, fino alle isole che si vedono, nelle giornate limpide, all’orizzonte: le Isole Aran, che raccontiamo nel prossimo articolo di questo mese — un giorno intero tra bici, vento e le mura preistoriche di Dun Aengus.



