Il film di Mary McGuckian

Raccontare la vita di George Best al cinema è sempre stata una sfida. Come si riesce a racchiudere in due ore il genio puro sul campo, il glamour da quinto Beatle e il profondo abisso dell’autodistruzione? La regista nordirlandese Mary McGuckian, nel suo film del 2000 intitolato semplicemente BEST, ha preso una decisione audace: ha scelto di evitare l’agiografia per immergersi nell’oscurità dell’anima umana.

Mary McGuckian: lo sguardo femminile su una tragedia maschile

Uscito in Italia nel 2002, per il mercato home video e in alcune sale cinematografiche, il film di McGuckian (1999) su George Best documenta tutte le fasi del campione. La sceneggiatura è di McGuckian e Lynch, mentre la fotografia è affidata a Witold Stock. A interpretare George Best e gli altri ci sono Lynch, Ian Bannen, Linus Roache, Jerome Flynn, Ian Hart, Patsy Kensit, Cal Macaninch, Adrian Lester, David Hayman, James Ellis, Roger Daltrey, Sophie Dahl, Stephen Fry, Jim Sheridan, Sara Stockbridge e Clive Anderson.

Il cast e la difficile impresa di interpretare il Genio

Il protagonista principale è John Lynch, che regala un’interpretazione profonda e nostalgica, capace di catturare l’essenza fragile del numero 7 senza mai scivolare nella caricatura. Al suo fianco, un cast di grande talento: Ian Bannen nel ruolo di Matt Busby, il padre-padrone che lo ha lanciato e ne ha subito il tradimento, e Linus Roache nel ruolo del leale amico e compagno di squadra Denis Law.

La trama si snoda dall’arrivo a Manchester fino al ritiro dal calcio e alla discesa negli eccessi. McGuckian decide di raccontare la caduta, facendo capire allo spettatore che il declino era già scritto nel destino del mito fin dall’inizio.

L’accoglienza: perché il film divise il pubblico

Uscito nel 2000, BEST ha suscitato reazioni contrastanti tra i critici. Chi si aspettava un film d’azione sul calcio è rimasto deluso: le partite sono quasi sfocate, ridotte a semplice sfondo. Al contrario, chi cercava un ritratto di un uomo in crisi ha apprezzato la sua cruda sincerità.

Il film forse esagera con la fedeltà cronologica, apparendo a tratti come un collage di aneddoti e frasi celebri piuttosto che una narrazione fluida, ma rimane l’unico tentativo serio di decifrare l’alone autodistruttivo che ha circondato Best molto prima dei suoi funerali di Stato.

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